Accademia Etnostorica: Tra passione e tradizione


Il termine “etnostoria” si riferisce a uno studio incentrato sulle culture e la loro evoluzione rispetto a un passato tramandato non solo tramite fonti scritte, ma avvalendosi soprattutto delle testimonianze orali. Con questa scienza si indaga, quindi, anche sul rapporto tra un popolo e le tradizioni legate ad esso, studiando l’approccio che una comunità adotta verso il culto delle proprie origini. C’è chi ha reso questa disciplina il suo obiettivo di vita, ponendosi come missione quella di trovare elementi comuni, significati condivisi e ideologie non molto distanti tra i riti tradizionali di popoli che non si sono forse mai neanche incontrati. Stiamo parlando di Biagio Esposito, direttore dell’Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche situata a Somma Vesuviana, con cui abbiamo avuto il piacere di parlare della sua esperienza di associazionismo, dagli inizi del suo progetto ai propositi per il futuro.

La prima domanda riguarda la nascita dell’Accademia. Perché si chiama “Accademia” e non è stata inventata sotto forma di museo? Perché le convenzioni con le Università? Com’è nata l’idea di questo progetto più ambizioso di un semplice museo locale?

L’Accademia nasce dopo la mia forte esperienza di associazionismo. Nel 1992 ho conosciuto il professore Aurelio Rigoli, proprietario della Cattedra di Etnostoria, che in quell’occasione a Tagliacozzo mi diede delle direttive per quanto riguardava poter fare un mio studio di associazionismo a livello scientifico, da istituti di promozione culturale. Da qui nasce il progetto di trasformare quest’associazione in Accademia Vesuviana – perché si riferiva al territorio vesuviano – di Tradizioni Etnostoriche, istituto di promozione culturale che viene fondato nell’ottobre del 1992. Il museo nasce invece dopo aver creato il Museo Pedagogico dell’Arte e della Creatività Giovanile; noi proponiamo una biennale d’arte, chiamata Ritualia, rivolta a tutti i ragazzi delle Accademie delle Belle Arti e, siccome il Comune di Somma Vesuviana non poteva darci spazio, proprio perché collaboriamo anche con UCRIA, con il Comune della città di Messina, lì ci fu dato un complesso scolastico dove allestimmo il Museo Pedagogico. Poi nel 1998 creammo il Museo Etnostorico Delle Genti Campane, prima allocato in una zona del napoletano e poi spostato a Somma Vesuviana, che rappresenta il percorso dei vari gemellaggi, incontri, percorsi storici che abbiamo fatto, e lo chiamammo così perché rappresenta questo confronto con gli altri popoli e l’identità dei vari territori, di un popolo, di un cittadino.

Perché è stato spostato a Santa Maria a Castello?

È stato spostato perché nel 2005 l’ente Parco Nazionale del Vesuvio, diretto da Amilcare Troiano, riuscì a recuperare questo ex Convento delle Carmelitane a Santa Maria a Castello che era completamente diroccato e, dopo il recupero, venne dato in patrimonio al Comune di Somma Vesuviana, con il vincolo che lì ci fosse allocato un museo. Siccome l’amministrazione dal 2005 fino al 2009 lo tenne senza farci niente all’interno, il 13 agosto 2010 il sindaco, allora Raffaele Allocca, mi chiamò, mi incontrò e mi disse: “Io non ho cosa metterci in questo spazio, che è vincolato a un museo di tradizioni popolari”. Io gli dissi: “Se tu ci autorizzi, possiamo allestirlo con la mia collezione, come Museo Etnostorico delle Genti Campane”. E così nasce su volontà del sindaco Raffaele Allocca di concedere a noi come associazione di allocare lì il museo.

Ho visitato il museo. Mi hanno raccontato le storie dei vari oggetti e di come sono arrivati lì, dato che provengono anche da parti remote. Da lei invece vorrei sapere come ha raccolto tutto questo materiale.

Come dicevo precedentemente, il museo nasce da una mia collezione privata, che nasce a sua volta dai miei viaggi. Sin da piccolo ho sempre avuto questa mentalità, forse anche perché abitavo in un posto molto relegato in campagna, di uscire fuori dal mio territorio. Sono nato e cresciuto a Somma Vesuviana e, al di fuori di questo territorio, mi è sempre piaciuto fare interscambi con altri popoli. Sin dalle scuole medie ho iniziato a fare questo tipo di percorso legato alle tradizioni e via dicendo. Intorno alla tammurriata, le feste del mito e del rito del tre maggio e del Venerdì Santo ho fatto il confronto con gli altri popoli, gemellandomi con essi, come ho fatto con la Russia, l’Ungheria, la Francia, l’Inghilterra, l’Iraq – nel periodo di Saddam Hussein abbiamo fatto determinati interventi, sono stato ospite in Iraq un anno prima della guerra e abbiamo avuto il loro ambasciatore in Somma Vesuviana presso la nostra sede. Ho iniziato confrontando l’elemento della tammurriata, che per noi è un ballo tradizionale di accoppiamento di popolarità, con quello dello sciamanismo, delle guerre, e così nasce il mio obiettivo di raccogliere in ogni intervento, in ogni posto in cui mi sono gemellato, un pezzo che rappresenti il miglior rito di tradizione. Poi abbiamo anche una grossa collezione di varie opere fotografiche che riguardano tutti i riti religiosi, come il rito di Sant’Efisio, il rito della Calabria, di San Giovanni in Svezia simile alla pertica, il Palio.”

Ho letto dal vostro sito che l’Accademia ha inaugurato un progetto che si chiama “Siamo ciò che mangiamo”. È già partito?

Sì. Questo progetto è partito da uno studio che abbiamo fatto all’interno del comitato scientifico, perché noi siamo anche accreditati sia come Servizio Civile Nazionale che come Garanzia Giovani. Abbiamo proposto al ministero, al Dipartimento della Gioventù, di fare un progetto su ciò che mangiamo, per cercare, come stiamo facendo con le tradizioni all’interno delle scuole, di educare gli studenti sul modo di cibarsi, su cosa può rappresentare il cibo, sia nell’alimentazione attuale che in quella del passato. Tant’è vero che siamo partiti con i ragazzi del Servizio Civile – che sono dieci – proprio con i pranzi ed essendo in un territorio dove c’è stata la dominazione romana proprio con gli antichi cibi romani.

Cosa si annovera tra questi cibi?

C’è un dolce con il miele fatto con il pane raffermato, rigenerato e fritto. Poi abbiamo fatto anche l’unicum, uno dei primi pani fatto solo con primo sale e farina, senza lievitare, tutto cotto al momento; quello che avanzava veniva utilizzato per il dolce. Ne stiamo facendo anche tanti altri. Ad esempio, il tre maggio noi partecipiamo alla Festa della Montagna, diamo inizio al pranzo tenendo aperto il museo tutto il giorno con il banchetto, come si usa fare durante tutte le paranze. Lungo il percorso della montagna, ogni comitiva doveva – e deve – dare da bere e da mangiare i primi cibi che c’erano un tempo. Anche se oggi dicono che anticamente non si mangiava la carne ma il pesce, non è così, perché i primi cibi degli antichi nostri avi erano poveri – loro non potevano comprare il pesce e qui non c’è neanche il mare, o un fiume, un lago. Erano tutti prodotti come la frittata di maccheroni, frittata di cipolle e così via, ma il pranzo veniva aperto con il prodotto di seccume fatto nel mese di agosto. E così si iniziava il pranzo, come oggi. Si lascia il vecchio e si inizia con il nuovo.”

Per quanto riguarda le feste popolari, al museo ci sono alcune fotografie storiche della Festa dei Gigli o la Paranza della Montagna. Molte di queste feste sono legate alla religione ma, prima di essere assimilate alla tradizione cristiana, erano legate agli atti propiziatori per l’agricoltura. Ci sono alcune feste che, invece di perdere il loro significato originario, hanno ancora oggi una vera e propria utilità e non sono celebrate unicamente per tradizione? Ad esempio, c’è il Palio, che oltre a ricordare la tradizione dei giochi ha anche un premio, ancora si vince, quindi la gente ha un vero e proprio motivo, la propensione a partecipare per un premio. Oltre alla trazione c’è un’utilità.

Le feste, come lei sa, nascono dal paganesimo, anche il Giglio perché rappresenta il fallo, quindi la fertilità. Viene da San Paolino che ebbe l’illuminazione, l’idea di far sfilare per il centro questa struttura, il fallo che rappresenta la purificazione. Così hanno cercato di fare un giglio che possa rappresentare l’ispirazione verso la divinità, che poi sta sempre a dimostrare la questione della purezza. Oggi è molto importante che per la Festa del Giglio, come per la festa del tre maggio o la Festa delle Lucerne, ci sia ancora una forte partecipazione dei cittadini e anche della gioventù che sente questi eventi come elementi di riconoscimento delle proprie radici, delle proprie origini. Lo stesso Giglio è un momento di competizione – a chi balla meglio, a chi canta meglio – e questo serve a integrare di più la manifestazione. Ma anche nella festa del tre maggio o la Festa delle Lucerne, dove non c’è competizione, c’è una forte presenza dei giovani e questo significa che ancora sentono le proprie tradizioni. Noi quest’anno per la Festa delle Lucerne abbiamo pensato a un diploma che daremo dalla Casa delle Lucerne a tutti i cittadini che parteciperanno, certifichiamo la loro partecipazione con questo attestato. Per te, cittadino, che ami il rapporto con la festa e lo vivi con tanta intensità per tutto il periodo, rendendoti disponibile nel fare dei festoni, lavorare per settimane, allestire la mostra. Al visitatore diciamo, con lo stesso diploma, se ti è piaciuta la festa, cerca di approfondire i riti e la cultura di questi popoli, di queste tradizioni, perché ogni rito di festa è un ritorno alle origini. La cosa positiva è che queste occasioni sono ancora riconosciute con fede e con amore da parte dei cittadini, soprattutto dai giovani.

Queste feste sono molto legate al cibo, si dice anche che se non c’è cibo non c’è festa. Prima della commercializzazione, il cibo veniva offerto dai cittadini?

Sì, storicamente si offriva quello che si aveva in casa. Devi rifarti ai contadini di allora, il mese di agosto cosa potevano avere? Un po’ di frutta, quello che avevano prodotto durante il periodo di campagna, un po’ di grano, un po’ di pane. L’unica festa che da noi era una festa commerciale è quella che poi è diventata un mercato, la fiera del giorno dopo Pasqua. Quella nasce dal concetto di Fiera del Seccume. Per questo, a Somma ci sono molte aziende della frutta secca, perché prima erano dei contadini che facevano la frutta secca e poi in quel mese vendevano anche il bestiame per farlo riprodurre durante l’anno, era il vitello, il maiale e le galline; vendevano il bestiame e il seccume, ovvero ‘e nucell’, le semente e via dicendo. In quell’occasione, in quel giorno, venivano annullate le tasse sul prezzo se, per esempio, veniva venduto qualcosa. Tant’è vero che io volevo scrivere la storia di tutta la manifestazione per proporre al Ministero delle Finanze e il Ministero dell’Industria di eliminare almeno una parte dell’IVA in quell’occasione, così da recuperare storicamente e antropologicamente la festa.

Qual è la festa che oggi attrae di più i giovani, quella che vivono con più emozione?

Sicuramente la Festa delle Lucerne, la Festa della Montagna, quella del Sabato dei Fuochi, il Venerdì Santo, ci sono molti fedeli.”

Partecipano in prima persona ai preparativi?

Sì, specialmente per la parte musicale, per il tre maggio organizzano i canti, i balli. Anche la Festa dei Gigli è molto sentita, c’è molta competizione anche tra i giovani nel ritmo, nella musica, nel danzare il ballo, sostenere il giglio, perché poi nasce anche il confronto con gli altri territori.”

Rebecca Grosso e Antonio Alaia