Caratteristiche del terreno vulcanico e tecniche di coltivazione

La zona che oggi è racchiusa nel Parco Nazionale del Vesuvio è da sempre stata coltivata intensamente. Tale fertilità è attribuibile proprio al vulcano attorno cui si sviluppa, le cui rocce e ceneri arricchiscono il terreno di oligoelementi e minerali necessari a un corretto nutrimento delle piante.

Affinché un terreno possa definirsi fertile deve essere ricco di sostanze nutritive per la flora. Ogni tipologia di pianta richiede determinati nutrienti: il terreno vulcanico è particolarmente quotato perché è ricco in quasi tutti i componenti nutritivi utili al sostentamento della vegetazione.

I sali minerali presenti nel terreno derivano nella maggior parte dei casi dall’erosione delle rocce: questo è però un fenomeno lento, per cui spesso i campi necessitano di fertilizzanti e integratori per favorire un maggiore sviluppo della vegetazione. La distribuzione dei minerali e degli oligoelementi nei terreni vulcanici deriva dalla diffusione delle ceneri sugli appezzamenti circostanti il cratere a seguito dell’eruzione: essendo queste molto fini penetrano facilmente nel terreno grazie agli agenti atmosferici, rendendo facilmente disponibile il nutrimento alle piante, che lo estraggono attraverso le radici.

Altra particolarità dei terreni vulcanici è l’immunità alla filossera, un insetto che a partire dalla metà del XIX secolo sterminò la quasi totalità dei vigneti europei. Giunto dal Nord America, attaccava le piante a partire dalle radici e fu necessario qualche anno prima di riuscire a ideare una difesa: alcune viti nordamericane erano attaccate solo sulla parte aerea, per cui si provò a innestare la pianta europea sulle radici nordamericane. Fortunatamente l’esperimento ebbe successo e permise di rinnovare i vigneti europei; le caratteristiche dell’uva rimanevano immutate, ma la pianta era rafforzata dall’immunità alla filossera. Alcuni vigneti non furono interessati dal contagio: fatta eccezione per quelli isolati che non ebbero contatti con il parassita, le piante che crescevano su terreni vulcanici non furono intaccate. A seguito di studi si scoprì che la filossera ha difficoltà ad attecchire in terreni sabbiosi e acidi, due caratteristiche peculiari degli appezzamenti che circondano i crateri. Difatti le ceneri e i lapilli cosparsi sul suolo rendono sabbioso e acido il terreno infondendovi sostanze minerali e oligoelementi.

La fertilità dei terreni vesuviani fa sì che non sia necessario incrementare le sostanze nutritive se non con concimi naturali, quali compost e letame. All’occorrenza è possibile intervenire con trappole a feromoni, che attirano il maschio dell’insetto infestante sfruttando l’ormone attrattivo sessuale prodotto dalla femmina nel periodo dell’accoppiamento. L’ormone è cosparso su un foglio ricoperto di colla e posizionato nell’ambiente da disinfestare: l’insetto vi rimane incollato e non può fecondare la femmina, limitando gradualmente la colonia.

Per favorire la mobilità e l’areazione del terreno si utilizza invece la tecnica del sovescio: tra un filare e l’altro si piantano fave selvatiche, avena, trifoglio, che hanno l’unico compito di areare il terreno grazie ai solchi lasciati dalle radici e arricchire lo strato di humus una volta falciati e triturati.

di Marta Maresca