Il racconto della Terra – Le favole che tramandano la memoria

Ricordare qualcosa, rievocare una persona, un luogo o addirittura un sapore da quel pozzo sconfinato dove stanno le cose passate, ha qualcosa di magico. Come raccontare una favola.

Io non ho mai trovato particolarmente strano che, nelle fiabe e favole che leggevo o mi venivano lette da piccola, ci fosse sempre un carosello di pani, pizze, legumi e caraffe in mezzo. Il piacere di ascoltare una bella storia io l’ho sempre abbinato alla soddisfazione di cacciarsi in pancia un morso di cosa buona – d’altronde, fu saggio chi mi disse una volta che le cose più belle della vita si vedono attraverso il buco di una graffa.

Alcune fiabe, in effetti, sono tutte un cibarsi e raccontarsi di cibo, un mangiare, addentare, assaporare, sputare e masticare tutti insieme, perché è dalla convivialità della tavola che nasce il racconto stesso. Alla fin fine una fiaba non è che un modo di rappresentare una cultura in maniera… più digeribile!

Ne Lo cunto de li cunti di Giovan Battista Basile, il Principe Tadeo, sedendosi a tavola, invita “le meglio dece femmene de la cetate” a raccontare una fiaba al giorno ciascuna per rallegrare l’umore tetro della sua sposa usurpatrice, ma non manca di specificare che solo dopo aver mangiato “se darrà prenzipio a chiacchiarare”, tanto che subito, ‘‘poste le tavole e venuto lo mazzecatorio, se mesero a magnare e, fornuto de gliottere, fece lo prencepe signale a Zeza scioffata che desse fuoco a lo piezzo’’.

E allora c’era una volta… il pane, il pomodoro, i piselli, le albicocche.

Basile, sempre lui, è uno che col cibo ci costruisce universi, comandati non da una forza superiore, ma da una molto più centrale: la pancia.

Nel racconto Le Pizzette, è un pezzo di pane cotto che, offerto o negato, decide le vite delle protagoniste: Marziella offre il suo pane ad una mendicante affamata, che la benedice con fiori e perle, mentre più tardi sua cugina Puccia, avida e cattiva, nega la sua pizzetta alla stessa mendicante e questa, indignata, la condanna ad un futuro di pidocchi e erbacce. Nelle fiabe non basta avere il cibo, la vera ricchezza è saperlo condividere, come Pulcinella Ortolano che va al mercato a vendere la verdurina che coltiva nel suo orto.

Fiabe di prodotti vesuviani, ma quando non lo erano ancora: leggenda vuole che l’albicocca, per esempio, quando i Romani ancora la chiamavano “Mela Armena”, fosse solo una pianta ornamentale con bei fiori bianchi. Quando l’Armenia fu invasa, venne ordinato di abbattere tutti gli alberi che non davano frutti per farne legname, compreso l’albicocco. Una fanciulla, intristita dalla notizia, pianse ai suoi piedi per tutta la notte, e al mattino le sue lacrime si erano trasformate in frutti dorati: le albicocche, appunto.

Eppure, non tutti i frutti della terra sono celebrati nelle fiabe come elementi magici, decisivi, buoni nell’essenza e nel sapore: Gianni Rodari, nel suo Le avventure di Cipollino, presenta un pomodoro rosso e gonfio di nome Cavalier Pomodoro, un esattore delle tasse cattivo e spietato che, assieme all’avvocato Sor Pisello, origlia le conversazioni dei compaesani con un orecchio attaccato al muro.

A proposito di piselli, nel 1835, il danese Hans Christian Andersen rese famoso il legume con la sua Principessa sul pisello, la storia di un principe a cui la madre cerca una sposa degna, che sia aristocratica, elegante, delicatissima. Dopo tanto cercare inutile, una sera si presenta alla porta del castello una ragazza dall’aspetto quasi contadino, che però dice di essere una vera principessa. La Regina Madre non è convinta, ma la invita a restare per la notte e, tra 20 materassi, guanciali e cuscini, nasconde un minuscolo pisello. Quando, la mattina dopo, le chiede come abbia dormito, la giovane si stiracchia incerta, dichiarando di non aver chiuso occhio perché aveva l’impressione ci fosse qualcosa di duro sotto il materasso. Convinta che solo una principessa potesse avere una pelle tanto delicata, la Regina Madre ordina dunque subito di procedere col matrimonio: ha trovato la sposa di suo figlio!

Infine, non una fiaba, ma una dolcissima usanza lega i piselli al pane, al grano: il filosofo Friedrich Schlegel racconta che in Cina, durante la notte del settimo giorno della settima luna, in tempi antichi si seminavano in un vaso di porcellana piselli e grano; quando gli steli avevano raggiunto la lunghezza di qualche centimetro, li si legava insieme con un nastro di seta rossa e blu. Il nome di questa operazione è semplicissimo, e pure è il senso di tutto il lavoro che si fa della terra, la favola di tutte le favole, l’inizio di una memoria lunghissima: piantare il principio della vita.

Sabrina Figliolia