Storia del Pelide albicocco

Cantami o Diva del Pelide albicocco…

No, nessun errore: come in antichità la storia di ogni grande eroe inizia con una guerra e l’albicocco non è da meno. La leggenda narra che, diversi anni orsono, un esercito nemico minacciò i confini dell’Armenia e per poter difendere lo Stato fu comandato di abbattere ogni albero che non producesse frutti. Era una notte oscura, la paura la potevi percepire fin dentro le ossa, un male intenso al petto rallentava i passi di una fanciulla. Quella notte si racconta di averla vista piangere ai piedi di un piccolo albero dal quale uscirono, all’ indomani, dei frutti d’oro: erano le albicocche.

Leggenda o verità sappiamo di sicuro che l’albicocco nasceva spontaneo nella Cina nordoccidentale –al confine con la Russia– già dal 3.000 a.C.  Arrivò in Europa ai tempi dei Romani ma è grazie agli Arabi che se ne ebbe una maggiore diffusione, specialmente dei paesi del Mediterraneo. Il nome albicocco deriverebbe appunto dall’ arabo al-barqūq.

Attecchito nel nostro territorio il frutto ha acquisito un’unicità speciale, no purtroppo non ha imparato a fare le pizze: questa è la storia di altri eroi.

Ciò che rende uniche le albicocche della nostra zona è il terreno ricco di minerali e relativamente asciutto. Infatti, una delle minacce peggiori per un albero di albicocco è sicuramente il formarsi, per dell’umidità del terreno, di alcuni funghi. Questi ne ostacolerebbero la crescita.

Agli inizi dell’Novecento, nell’ area vesuviana, si contavano oltre 100 varietà e con un certo rammarico oggi ne sono rimaste circa 40. Tra queste ha assunto importanza tutt’oggi la “pellecchiella”, utilizzata in alcune zone anche per la produzione delle albicocche essiccate, data la minor presenza di polpa nel frutto. Altre varietà tipiche sono: la “barracca”, la “preveta bella”e  molte altre. Ognuna con le sue caratteristiche.

L’impoverimento degli ecotipi ha provocato una perdita di gusto, ma c’è chi ogni giorno si impegna per contrastare questa tendenza (ne abbiamo parlato qui).

L’albicocca insieme agli altri prodotti si inseriva appieno nel ciclo produttivo familiare, infatti nessuno ne era esente. Nascere in una famiglia contadina significava dare una mano dopo scuola anche per i più piccoli. Si iniziava con le ciliegie a giugno, per poi proseguire, per esempio, con le albicocche fino ai cachi nel periodo di ottobre.

Un lavoro d’amore e durezza ma dal quale tutta la famiglia ne ricavava sostentamento.

Come diceva un tale “perduto è tutto il tempo, | che in amar non si spende” e si sta parlando ovviamente del Tasso, il quale se non si fosse dedicato a raccontare le crociate un piccolo pensierino al nostro albicocco l’avrebbe sicuramente fatto.

di Benedetta De Nicola