Un fuoco vivo nel cuore di Somma Vesuviana: La Festa delle Lucerne

La sensazione che si percepisce immediatamente quando si varcano le soglie del Casamale durante i giorni di festa è il calore, un caldo accogliente sentito fin dentro le ossa. Sarebbe semplice attribuirlo al fuoco delle lucerne che vibrante illumina interamente il borgo medievale, creando scorci e scenari suggestivi, animandolo come una foresta in cui alberi e sentieri sono sostituiti a mattoni in pietra e vicoli stretti. Ma no, c’è dell’altro.
Dalle strutture montate in prospettiva, i festoni, il vino rosso offerto in bicchieri di plastica e il colore tipico del pomodorino del piennolo, protagonista onnipresente del napoletano, si avverte lo spirito di devozione di un’intera comunità che lavora in sinergia per la realizzazione della tradizione a cui tiene di più. Stiamo parlando, senz’ombra di dubbio, della Festa delle Lucerne, un insieme di riti e sensazioni che trova il suo posto nel cuore di ogni visitatore, imprimendo ad ogni edizione un ricordo sempre più indelebile dell’amore per le proprie origini dimostrato dai cittadini nella sua preparazione. Chi meglio dell’ing. Arcangelo Rianna, attivista del borgo antico, poteva parlarci approfonditamente di questa festa? Noi abbiamo avuto l’opportunità di incontrarlo e risolvere grazie a lui alcuni “misteri” che ruotano intorno alla Festa delle Lucerne, circa le sue origini incerte e i suoi significati più nascosti…

Partiamo dalle origini: come nasce la Festa delle Lucerne e con quale significato? Perché si festeggia?

La Festa delle Lucerne si presta a diverse interpretazioni. Specialmente negli ultimi anni, con l’inflazione che ha avuto questa festa, quelli che erano i significati originari si sono un poco confusi. Per come la vedo io, è una festa della luce, è una festa di gioia, che coincide con la Festa della Madonna della Neve il 5 Agosto. Ultimamente però, ai simboli che dovrebbero esprimere la gioia, si sono venuti ad accavallare altri segni di tipo esoterico, ad esempio la cocozza, ’a cap’ e morte, e addirittura abbiamo avuto delle persone truccate o travestite davanti ai vicoli. L’elemento fondamentale è questa struttura che viene montata per creare una scenografia di profondità insieme alle scene che poi si creano davanti ai vicoli. I simboli originari della festa, nell’edizione degli anni ’50, sono tre: il triangolo, il quadrato, che una volta girato di 90° diventa rombo. Io penso – questa è una mia teoria – che la festa delle Lucerne sia nata a Via Giudecca, una strada a pochi metri dalla Chiesa Collegiata dove stavano gli ebrei. Gli ebrei sono sempre stati fuori dalle mura: quella strada si incuneava nel centro storico, era lo scolo delle acque, in effetti non faceva parte del centro storico fino agli anni ’50. Quella strada, fino a quando non sono stati riorganizzati i territori della parrocchia, era fuori. Se noi prendiamo il quadrato, il rettangolo e il rombo, se li mettiamo in una certa posizione, compare la stella di David. Ecco, io penso che la festa sia nata con gli ebrei. Non solo, ma se noi prendiamo le caratteristiche lucerne notiamo che non sono come quelle romane, ma somigliano a quelle tipicamente orientali.

Quali sono invece le interpretazioni emerse negli ultimi anni?

Chiunque vi dirà che si tratta del consuolo, che davanti al vico si rappresentano i morti defunti che vengono di là, che si prepara il cibo per celebrarlo e via dicendo… si sbaglia. Noi italiani non abbiamo l’usanza di festeggiare i morti… quando muore qualcuno qui si piange. In altri paesi si ride, se fann’ e banchetti, la musica… noi facciamo il consuolo di sera. Che poi cosa sarebbe? Una famiglia che è stata colpita dal lutto nun po’ cucinà, nun po’ mangià, e allora la famiglia più vicina, cumpar, cumpariell, zij, prepara la cena per loro. Ma questo secondo me non esiste nella Festa delle Lucerne.

L’ultima interpretazione è un po’ più ardita, ma voglio dirvela lo stesso perché mi è stata riferita da un ragazzo che l’aveva ascoltata da una vecchia, il figlio di Pierino, un mio carissimo amico morto anni fa. Mi disse: “Ingegne’, sapete che cosa mi ha detto Felicella? Io le avevo chiesto cosa fosse la Festa delle Lucerne e lei mi disse che noi non avevamo capito niente, che è la luce dopo il buio della nube del Vesuvio!”. Secondo alcuni questa festa serve a festeggiare il buio passato, perché durante le tenebre la gente in casa accendeva le lucerne e una volta passato il buio del Vesuvio, quello delle eruzioni del ‘600, le più violente, si festeggiava. Specialmente per quella del 1631, dove per molto tempo la montagna non fruttificava.

Poi gli studiosi hanno cominciato a interpretare la festa in tutti i modi possibili e immaginabili, addirittura qualcuno l’ha fatto risalire a Priamo. Successe un fatto molto strano una sera. Davanti al Vico Perzechiello rappresentarono la scena del laghetto con le pietre del Vesuvio al centro: si fa una specie di cono, con un tubo dell’acqua all’interno che spruzza acqua, e mettendoci una pallina sopra essa si mantiene senza cadere, come se fosse una magia. L’acqua cadendo si raccoglieva in una specie di laghetto formato con le pietre. Avvenne che un bambino aveva una papera di plastica e la mise là dentro, in questo laghetto. Venne uno studioso molto importante e disse “Ah, le oche! Questo richiama il culto di Priamo!” e io penso sempre a quella papera di… e non faccio nomi per non offendere. Come pure ci sono quelli che guardando il Vico Torre con il cerchio di fuoco fanno analogie strane; il cerchio di fuoco è stato inventato, come è stato inventato l’esagono o le altre forme, senza significati occulti.
A Vico Zoppo, il più corto, per allungare la prospettiva misero uno specchio dietro le strutture, così da raddoppiare visivamente la lunghezza del vico. Anche sullo specchio cominciò a farsi magia – “C’era uno specchio, con una vecchia dentro!”. Tutte queste cose poi fanno storia, mistero, perché tutto ciò che è esoterico ci attrae. Per esempio, mettere la cocozza, a capa ‘e mort, nella Festa delle Lucerne nun c’azzecca, però ci attira sempre di più.

Perché vengono realizzate queste scene davanti ai vicoli? Cosa rappresentano?

Ogni vico realizza una scena, ma oggi le scene si sono un po’ confuse: qualcuno negli ultimi anni ha rappresentato il Vesuvio fumante, una volta qualcuno ha realizzato la pizzeria, il forno con il manichino. Un tempo le scene davanti ai vicoli avevano un significato. Per esempio, a Via Giudecca, davanti al vicolo si è sempre fatta la rappresentazione di due pupazzi, un uomo e una donna che banchettano sul tavolino e noi li chiamiamo ‘o Signore e ‘a Signora. Era un modo, secondo me, di prendere in giro ‘o signore e ‘a signora che abitavano nel palazzo Colletta, il palazzo storico, perché noi nel Casamale abbiamo tantissimi palazzi e chiese storiche. Come pure nel Vico Malacciso, che è un vico fuori dalle mura, rappresentavano sempre una scena agreste: un contadino che raccoglieva la frutta. Io ricordo quest’albero di pesche, di percoche, e il contadino, un pupazzo, con la scala a treppiedi, perché i Michelangelo erano una famiglia contadina. Ad esempio, vicino al vico Puntuale, si racconta ma io questo non lo ricordo, che veniva messa sempre una donna molto prosperosa, se chiammav’ Zi’ Lucia ‘a Ciaccarona, la quale si vantava di avere una lucerna, la sua, a cinque lucigni… ci siamo capiti. E noi, per tradizione, conserviamo nel vico questa lucerna con cinque lucigni, che si fa ancora.

La festa ha mai subito delle interruzioni, durante il corso della storia? Quali sono stati i motivi?

La festa è stata interrotta prima della guerra, nel 1939, e poi è stata ripresa negli anni ’50. È stata reintrodotta quando nella nostra parrocchia è arrivato il parroco Don Armando Giuliano, rimasto qui per oltre trent’anni, il quale ha chiamato attorno a sé i masti di festa che ricordavano qualcosa di questa festa e l’ha rimessa in moto; si è ripetuta poi per due o tre volte, non di più. Secondo informazioni esterne – ma su questo non ci giurerei – tentarono di portare questa festa a Pompei, considerando la suggestività degli scavi: fecero una prova lì però, poiché l’olio che usavano puzzava troppo, dovettero smontare subito e non potettero farla. Da quel momento la festa si interruppe. Nel libro che è stato di recente pubblicato sulla storia della Congrega della Neve – perché la festa è dedicata alla Madonna della Neve, i confratelli della congrega partecipano con tutte le altre congreghe alla processione del venerdì santo – si dice espressamente che nelle tracce del convento, se non mi sbaglio San Giovanni di Dio, che si trova difronte al Convento dei Padri Trinitari che ora non esiste più, c’erano delle spese per l’olio che alimentava le lucerne. Anche l’ingegnere Cocozza, uno storico di Somma, parlò, disse che lui trovò una traccia di questa festa già nei documenti del 1800. Quindi, dicevamo, è stata interrotta nel 1939, ripresa negli anni ’50, interrotta nuovamente finché non siamo subentrati noi; io e un gruppo di amici, nel 1970, abbiamo riproposto questa festa.

Cosa avete fatto per riportare la Festa delle Lucerne al Casamale?

Abbiamo ricominciato tutto da capo, perché non c’erano lucerne, non c’erano strutture di legno. Le strutture di legno che adesso vedete, che creano quella prospettiva, questi giochi di luce, anticamente, anche negli anni ’50, non erano strutture prefabbricate. Il quadrato non esisteva già nella sua forma, veniva creato sul posto. In che modo? Lungo il vicolo si piantavano dei pali in legno di castagno sostenuti dai ferri filanti, alle fasce dei fabbricati, e poi sul palo veniva messa una prima tavola verticale e poi la seconda in prospettiva, e così si formava il quadrato. Quando abbiamo ripreso la festa negli anni ’70, io sono andato personalmente in alcune soffitte perché secondo la caratteristica della festa – fino agli anni ’50, ripeto – ogni vicolo conservava le sue strutture. Erano quattro-cinque vicoli quelli in cui si celebrava la festa, non di più, e quindi io ho fatto il giro presso queste famiglie, che erano i masti di festa, che conservavano queste strutture. Mi ricordo che a Via Giudecca sono andato nella soffitta di Mario Secondulfo, detto ‘o Mancin’, poi nel Vico Puntuale, dove ho trovato sotto il casotto del forno un cesto con alcune lucerne, tavole nient’. La stessa cosa è successa a Vico Malacciso, dove c’era la famiglia dei Michelangelo, contadini che nel suppenno conservavano alcune tavole e lucerne. Bisognava costruire tutto da capo. Poiché io studiavo ingegneria mi era facile disegnare, quindi la prima cosa che feci fu quella di misurare questi vicoli e creare la prospettiva sul disegno, dando più o meno le distanze tra una struttura e l’altra, anche se sono comunque fittizie perché quello che comanda è l’occhio. Io e questo gruppo di amici del Casamale siamo stati finanziati da Vincenzo Febbraro, il barista di allora, un grande amico che adesso non c’è più. Io diedi praticamente le dimensioni per costruire il quadrato, il triangolo e il rombo. Questo avveniva presso la falegnameria di un amico, Salvatore Improta, che aveva nel vico di Gino Auriemma questo grosso capannone dove lavorava, che poi è stato il falegname presso il quale io da ragazzo andavo a sbarcare quelle ore dopo la scuola, si diceva se va ‘o mast’ – chi andava dal barbiere, chi andava dal falegname, chi dal sarto, io andavo da lui. E allora, poiché era molto fantasioso, questo falegname mi disse “Ma ci troviamo, perché non facciamo una nuova struttura?” “E che vogliamo fare?” “Facciamo il cerchio!”. Allora prese un grosso foglio di truciolato e cominciò a tracciare il cerchio, come lo tracciano gli artigiani: mise un chiodo al centro del foglio, con lo spago e la matita tracciò il primo cerchio, e poi da quello facemmo il primo anello, il secondo anello, poi un terzo anello e via dicendo. Montammo questa struttura proprio nel vico di Gino Auriemma, quindi la festa subito si allargò di un altro simbolo, che poi è andato al Vico Torre. Diciamo che questo simbolo è proprio in simbiosi con quel vicolo, è come se fosse nato proprio lì. Il cerchio è un simbolo che è presente nella festa perché è bellissimo, se riesci a creare la prospettiva adatta. Qualcuno che fa? Prende i cerchi e li mette tutti alla stessa distanza, ma non si fa così, la prospettiva non si crea così. Per esempio, a Via Giudecca la distanza tra il primo e il secondo quadrato è di due metri, quella tra l’ultimo e il penultimo di trenta metri. Un’altra caratteristica di Via Giudecca è che il quadrato non si chiude perfettamente con gli spigoli, ma i lati sono prolungati oltre i vertici. C’è un trucco che noi chiamiamo la cupola di neve perché la luce che fa è veramente bianchissima, spero lo abbiano usato, consiste nell’usare la calce viva sulla struttura.  
Poi pian piano è venuto l’appetito a qualche altro vico e allora, ad esempio, abbiamo fatto qualcosa di diverso per il Vico Perzechiello, vicino al bar, o per l’altro vico a Via Piccioli. Io mi chiesi “Quale altro simbolo devo fare?” e scelsi l’esagono. Poi ci venne lo “sfizio” di creare un altro simbolo… C’era, andando su Via Castello oppure di fronte alla Chiesa Collegiata, il vico Lentini, a quei tempi Vico degli Orsini. Questo vico grande a un certo punto ha un vicoletto stretto che sbuca su Via Castello. Cosa dovevamo fare? Avevamo fatto il cerchio, facemmo l’ellisse. E costruimmo l’ellisse… l’ellisse più grande, poi più piccolo, ancora più piccolo e non scandalizzatevi. Cominciammo a montare l’ellisse, l’ellisse più piccolo e quello ancora più piccolo… “Ragazzi ma che stiamo combinando?”. Eh, vi pare? Proprio il simbolo della natura femminile! “Ragazzi, ma stiamo impazzendo? Qua appena ci mettiamo le lucerne succede uno scandalo!” E come dovevamo fare? Prendemmo l’ellisse, la girammo in senso orizzontale e, poiché andava giusto giusto nel vicoletto e non consentiva di potersi muovere, passare da una parte all’altra, poi non è stato fatto più, non è stata più montata quell’ellisse…

Riprendendo i festeggiamenti partendo da zero avete avuto la possibilità di innovare la festa. Cosa cambia oggi dalle edizioni del passato?

La struttura prima veniva costruita sul posto, ora è prefabbricata. Prima si mettevano i pali nel terreno perché non c’era il basolame su tutte le strade, oggi il palo viene sostenuto da un secchio pesante di cemento e si mantiene su da solo, quindi è chiaro che la festa è diventata più moderna nell’organizzazione, nella struttura e più inflattiva indubbiamente.
L’olio che veniva usato fino agli anni ’50 era olio messo da parte dalla frittura: veniva messo nelle bottiglie e si depositava, poi la parte più trasparente, la migliore, poteva essere riutilizzata. Spesso, per questo motivo, creava dei problemi di fumo o di odore. Importante anche il beccuccio, che deve essere sottile per sostenere al meglio il lucigno, ovvero lo stoppino. Oggi gli stoppini si comprano, ma prima venivano fatti con le coperte sfrangiate, le coperte vecchie, da buttare, che le donne mettevano da parte e per riutilizzarne le frange. Io conservo ancora due-tre lucerne dell’anteguerra che sono davvero delle opere d’arte: sono talmente deformate, talmente cristallizzate all’interno, che hanno dei colori proprio particolari. Ora le lucerne invece vengono fatte da due ragazze di Somma Vesuviana con un laboratorio a Via Macedonia, è il secondo anno che ce le forniscono.
Visto che la festa ormai ha avuto questa grossa risonanza e che finalmente il Castello D’Alagno acquistato dal Comune è stato ristrutturato, noi faremo quest’anno la proposta di avere uno spazio nostro nel Castello dove raggruppare tutto questo materiale che abbiamo io e l’Associazione Festa delle Lucerne.
E poi c’è l’usanza, nella tradizione, che una persona importante venga ad accendere la prima lucerna, che sia delle autorità o la più anziana del paese, si fa solitamente a Porta Terra. Ora si entra da Porta Terra e si esce per le altre tre porte. Prima si poteva entrare da qualsiasi parte, ora non più. Ogni manifestazione è catalogata secondo il grado di pericolosità e secondo quest’ultimo, per questa festa, è stato redatto un piano di sicurezza che prevede che il numero di persone sia controllato con un contapersone all’ingresso e all’uscita. Non possiamo avere all’interno del borgo oltre 20.000 persone com’è successo durante le edizioni passate. Ci sono delle leggi per tutelare la sicurezza dei visitatori e vanno rispettate.
Un’altra cosa positiva di quest’anno, che spero possa coincidere con la rinascita del quartiere, che io ho cercato sempre di mettere in primo piano, è che finalmente pare ci sia un po’ di ordine, perché la festa fino a tre anni fa era diventata zepp’l e panzarott’ e rischiavamo quasi di perderla. Io per protesta non partecipai a due edizioni, quella del 2002 e del 2006. La festa del 2014 non si è tenuta proprio perché io ho fatto una protesta fortissima, si è fatta poi nel 2015, perché il Casamale era completamente inagibile, con i balconi pericolanti, strade impraticabili. Andai dalle autorità, che trovarono le criticità che potevano mettere in pericolo le persone, poi intervenne il comitato che doveva intendere alla sicurezza, fece i dovuti sopralluoghi e la festa non si fece. Ripararono alcune facciate, i balconi, e l’anno dopo si riprese e adesso a distanza di tre anni si è rifatta per riprendere la sua cadenza quadriennale.

La Festa delle Lucerne ha attualmente una cadenza quadriennale, nello specifico durante il primo quarto di luna di agosto. C’è stato un tempo in cui veniva celebrata annualmente o c’è un motivo per cui festeggiare ogni quattro anni?

Perché è una festa molto lavorata, molto sentita, la gente non ce la fa ogni anno. È una festa faticata, perciò l’hanno portata ogni quattro anni.

Oltre la festività legata alla Madonna della Neve celebrata il 5 Agosto, c’è un legame tra questa calendarizzazione e il mondo contadino?

Sicuramente, ma per me, cristiano credente, padre di sacerdote, la festa si fa in onore della Madonna della Neve. Non a caso, coincide come data. La festa si faceva nel periodo di agosto come festa di ringraziamento indubbiamente, poi nel momento in cui la nostra chiesa è stata dedicata alla Madonna della Neve, che si celebra il 5 agosto in contemporanea, alla fine queste due cose si sono fuse. Si è modificata nel tempo, come tutte le feste pagane che piano piano sono state soppiantate nei riti dalle feste religiose. Oggi abbiamo un motivo in più per dire che è la festa della Madonna perché finalmente abbiamo questa rappresentazione, il murale Alma Memoria, che riproduce un dipinto che stava nella Chiesa Collegiata rubato negli anni ’70.

Secondo i cambiamenti che ci sono stati durante gli anni, ha acquisito quest’accezione cristiana arricchendosi di nuovi significati. Ha perso qualche caratteristica legandosi più al cristianesimo?

Era una festa più “nel sacrale” ma è chiaro che con l’avvento del consumismo doveva risentire di questi influssi. Tant’è vero che la stessa organizzazione della festa è diversa. Poi ora c’è la processione che chiude questa festa, la domenica sera, con la Congrega della Madonna della Neve, ci sono i confratelli che porteranno sulle spalle l’immagine della Madonna. Una curiosità su quest’immagine: siccome è molto alta e veniva montata su questa struttura che si chiama palanca, raggiungeva i tre metri e quando passava sotto le felci era un problema. Ci doveva essere sempre una persona che con una pertica cercava di rialzare le felci, così insieme a Felice D’Avino studiai una palanca che aveva la parte dove poggiava la Madonna che rientrava, invece di fuoriuscire. Era una palanca rovesciata, in questo modo se ne abbassava un poco l’altezza ed era più facile trasportarla.

C’è un’edizione della festa a cui tiene in particolar modo? Di cui ha un bel ricordo?

La più bella edizione secondo me è stata quella del 1982. Noi l’abbiamo chiamata festa-proposta, perché accanto alla festa abbiamo fatto tutta una serie di proposte per la vivibilità del quartiere, abbiamo realizzato una piazzetta e soprattutto raccogliemmo le firme affinché il Comune comprasse il Castello D’Alagno, cosa che poi è stata fatta.

Un’ultima cosa: come vede cambiato, se è cambiato, il rapporto dei giovani con questa festa? C’è partecipazione?

C’è un gruppo di giovani fortissimo quest’anno, come sempre. Noi non possiamo organizzare la festa senza il loro aiuto e quest’anno si sono praticamente appropriati di una parte di essa. Tutta la riparazione delle strutture è stata affidata ai giovani e saranno loro poi a tagliare le felci che si devono intrecciare e trasportare per le strade. Diciamo che la festa è passata sempre di mano in mano, sempre in buone mani, e i giovani sono tra i più attivi. Inoltre quest’anno si è aggiunto anche il problema della sicurezza. Prima si poteva entrare da tutti e quattro i lati e non c’era un centimetro di spazio per il flusso eccessivo che la festa provocava, i giovani si occuperanno anche di questo. Ma la loro partecipazione la si vede soprattutto anche da Whatsapp, dai numerosissimi messaggi che ci arrivano tutti i giorni. I giovani di quest’anno sono stati fantastici, fortunatamente esistono ancora al Casamale!

Durante la nostra lunga chiacchierata, l’ingegnere si commuove nel ripercorrere le tappe della storia e la rinascita di questa festa in cui ha sempre creduto, proteggendola dall’avvento del consumismo e lottando per il rispetto di una tradizione così sentita, tanto profondamente amata.
Ma ad agosto c’è qualcosa di forse più importante di cui ricordarsi e così… scappa!

Io devo far bollire i pomodori, altrimenti si perdono! Quindi… vi saluto!

Rebecca Grosso e Antonio Alaia