Una favola con due nani: E’ Curti

Dall’arte circense a quella del Nucillo

“L’odore di combustione si mescola alla tensione che è sollevata in aria dagli sguardi degli spettatori. Il mangiafuoco si fa beffe di questo elemento antico, lo agita, lo accoglie tra le fauci, lo sottomette. Per la normalità del paese, questo è un azzardo, uno spettacolo che solo un pazzo può mettere in scena. E il circo è proprio questo, un raccoglitore di esistenze stravaganti, di persone libere dai vincoli sociali ma legate alla disciplina del tendone o della carovana. Non fanno parte della società, sono gli esclusi di cui non si vuole la compagnia, ma di cui si bramano le arti, soprattutto quella di intrattenere gli annoiati. I freaks che Diane Arbus amava fotografare ne fanno parte, e due di loro hanno origini vesuviane, si vestono in maniera elegante e presentano i compagni che devono esibirsi, mostrando a loro volta cosa la natura gli ha tolto e dato allo stesso tempo: altezza e libertà.”

Dell’immaginario paese di Lilliput e di quello reale di Sant’Anastasia erano i fratelli, Luigi e Antonio Ceriello, due nani, curti. I due rilevarono la vecchia osteria chiamata “O monaco” dello zio che aveva abbandonato lo spirito santo per abbracciare quello alcolico.
A causa del nanismo ipofisario erano fermi fisicamente all’età di dodici anni, ma questo fu per loro il biglietto d’ingresso nel mondo circense, una realtà di girovaghi e viaggiatori instancabili della penisola che li vedeva presentare diversi spettacoli a signori e agli uomini di chiesa.
Dodici anni di territori italiani visitati per centoventi centimetri di altezza gli consentirono di venire a conoscenza dei diversi gusti e delle ricette che caratterizzano tutt’ora l‘identità culinaria e culturale dei comuni italiani. Sì, perché i presentatori dell’intrattenimento erano accolti da cene di benvenuto presso famiglie di marchesi o conti che gli facevano servire le pietanze migliori come le carni di primo taglio. Mentre l’Italia del dopoguerra moriva di fame e si accontentava di quelli che ora sono i bistrattati scarti o interiora, i due si impadronivano di quelli che sarebbero stati i sapori del locale preso poi in gestione a Sant’Anastasia nel 1952.
Piatti “stranieri” come la carbonara e la lingua in salsa verde furono così trapiantati nel territorio vesuviano grazie alla locanda, food blogger ante litteram, prima della globalizzazione, dei social network.
Oltre al trapianto, lavorarono per riscoprire certe ricette tipiche della tradizione partenopea più antiche, già descritte dai ricettari del Cavalcanti e del Corrado, affiancati dall’attuale padrona che nel 1952 a nove anni, usava uno sgabello per riuscire ad arrivare ai fornelli. La signora Angelina, cuoca della locanda, ne condivide la gestione con i due figli, Angela e Carmine, e insieme curano la produzione e la vendita del Nucillo. Da divulgatrice di ricette acquisite a produttrice di uno dei liquori più famosi della zona e conosciuto anche all’estero dove è esportato, la locanda è ancora oggi luogo di piatti gustosi e di convivialità nostrana pronta ad accogliere chiunque.

Grimaldi Maria Cristiana